TEORIE EVOLUZIONISTICHE E LORO EFFETTI SOCIALI

settembre 1st, 2012

Nel 1798 venne pubblicata l’opera di Thomas Robert Malthus (1766-1834) il Saggio sul principio di popolazione, in tale lavoro si evidenziava come la popolazione crescesse secondo una proporzione geometrica, mentre la quantità di cibo secondo una proporzione aritmetica. Di conseguenza sarebbe stato necessario intraprendere una seria lotta alla sopravvivenza in quanto prima o poi le risorse alimentari non sarebbero più riuscite a sfamare la popolazione esistente.

L’aristocrazia inglese del tempo si fece paladina di questa teoria considerata la soluzione dei loro problemi sorti dopo la rivoluzione francese e consistenti nel timore di perdere i propri privilegi a vantaggio delle classi lavoratrici. Malthus fornì dunque la giustificazione scientifica all’aristocrazia inglese per legittimare condotte oppressive e di sfruttamento nei confronti delle classi sociali più deboli; le tesi di Malthus contribuirono anche alla promulgazione di leggi oppressive che peggiorarono la condizione di vita dei poveri in Inghilterra.

Herbert Spencer (1820-1903), sociologo e filosofo inglese, sviluppò ulteriormente la teoria malthusiana proponendo nel libro Social Statistic i concetti di lotta per la sopravvivenza, di selezione naturale, di sopravvivenza dei più adatti, sposando addirittura la tesi che gli inadatti (poveri, ignoranti, infermi e storpi) dovessero essere eliminati.

I concetti di evoluzione della specie per selezione naturale e di lotta per la sopravvivenza di Charles Darwin (1809-1882) presero forma proprio dopo aver letto i lavori di Malthus e Spencer.

Qui ora interessa soffermarsi su come tali teorie abbiano influenzato la società dell’epoca ed anche la nostra cultura contemporanea.

L’opera di Darwin suscitò un rapido, diffuso ed enorme consenso in quanto l’idea di evoluzione si adattava perfettamente con il positivismo e si prestava a svariate applicazioni in ambito sociale.

Marx ne fu entusiasta perché riteneva fosse confermato il suo modello di lotta di classe ed il prevalere del proletariato con l’estinzione del capitalismo.

Indipendentemente dal volere e dalla reale intenzione di Darwin, la sua opera condizionò persino lo sviluppo di una dottrina sociale denominata darwinismo sociale.

Tale dottrina sociale fa leva sull’evoluzionismo antropologico secondo il quale la disparità fra uomini in un determinato contesto sociale ha una spiegazione di carattere biologico. Per effetto di tale concezione, i popoli e gli individui meno adatti alla lotta per la sopravvivenza devono rimanere relegati allo stadio primitivo se non, addirittura, eliminati.

Questa ideologia servì a giustificare il colonialismo (si è giustificati a sfruttare i popoli nativi perché la razza superiore deve tenere oppressa quella inferiore); l’eugenetica (fondata da Francis Galton, ogni comunità può selezionare individui di qualità superiore tramite un processo di epurazione dei geni difettosi; dato che il corso della Natura è lento, la selezione deve essere fatta con l’intervento dell’uomo per essere più rapida ed efficace. Questa ideologia fu sposata dal  movimento nazista per giustificare gli stermini degli ebrei, degli zingari e degli europei dell’est, in quanto considerati appartenenti a razze inferiori. Il nazismo tentò di far passare il messaggio che le persecuzioni razziali e i conseguenti stermini fossero dettati da una legge naturale in quanto il progresso dell’umanità si poteva raggiungere solo con l’eliminazione fisica delle razze inferiori).

Nel mondo sognato dai sostenitori del darwinismo sociale non c’è spazio per gli anziani, gli invalidi, i poveri, in quanto questi non contribuiscono al progresso della specie. Secondo questa mentalità un cittadino onesto ma povero e disoccupato non ha alcun valore e la sua morte genera solo un beneficio per la comunità. Al contrario un cittadino corrotto e disonesto, ma ricco, viene valutato di fondamentale importanza per il progresso della specie. Una mentalità di questo tipo, purtroppo, conduce al crollo della morale e dell’etica, e con la degenerazione morale un’economia liberale si trasforma in capitalismo selvaggio dove l’ingiustizia non viene vista come un problema, ma come un’esigenza dettata dalle leggi naturali.

Molti ritengono che il darwinismo sociale abbia fornito le basi scientifiche al capitalismo selvaggio. La prima economia nazionale ad applicare tali teorie è stata quella americana alla fine del diciannovesimo secolo. A quell’epoca i datori di lavoro non adottavano alcun accorgimento per migliorare le condizioni dei lavoratori all’interno della fabbrica in quanto alla vita umana delle classi inferiori non veniva data alcuna importanza, erano individui facilmente sacrificabili.

Andrew Carnegie (1835-1919) affermò che la competizione selvaggia era un bene per la razza in quanto assicurava la sopravvivenza dei più adatti in ogni settore. Lo stesso magnate John D. Rockefeller affermò che la crescita di una grande azienda non è che una sopravvivenza dei più adatti, il risultato di una legge della Natura. In un clima di competizione selvaggia come questo in argomento veniva giustificato lo sfruttamento, l’intimidazione, il sopruso e persino la morte del lavoratore.

Un sistema dunque basato sulla glorificazione del più spietato egoismo e su di una mentalità disgregante in cui il più forte  è giustificato a schiacciare il più debole. Purtroppo però in un sistema di concorrenza selvaggia, basato sulla selezione naturale come lotta per la sopravvivenza, dopo un periodo di effimero splendore, gli individui sono destinati al reciproco annientamento.

Negli articoli precedenti si è giunti alla conclusione che solo l’atteggiamento di reciproca collaborazione può favorire lo sviluppo della specie e la sua prospera sopravvivenza. Dunque il capitalismo selvaggio non favorisce la sopravvivenza della specie bensì ne provoca l’autodistruzione.

L’evoluzione più che dettata dalla lotta per la sopravvivenza è un processo molto lento di unione e sintesi di parti più semplici che diventano via via più complicate, più adeguate ai fattori esterni di disturbo. Perché due strutture diverse possano unirsi è necessario che diventino meno indipendenti, più disponibili al contatto con l’altro, più aperte verso l’esterno a  unirsi e scambiarsi con l’altro per garantire la sopravvivenza della specie.

Interessante ricordare come nel 2005 il noto settimanale inglese The Economist, nella cui redazione collaborò anche Herbert Spencer, ha pubblicato un servizio sull’evoluzione darwiniana e la sua applicazione sociale, questo è un breve passaggio dell’articolo in questione “la principale scoperta del darwinismo moderno è l’identificazione del ruolo centrale della fiducia nell’evoluzione umana. La fiducia nasce dapprima fra i rapporti più stretti, famigliari e di vicinanza, ma poi si estende a chi dimostra di meritarla, verificando con l’esperienza, dandola a chi collabora e negandola a chi imbroglia (…) sbagliato credere che civiltà, etica, collaborazione e solidarietà siano contrarie al carattere strutturale e genetico della nostra specie. Sono necessarie alla sua sopravvivenza e soprattutto a un’evoluzione che non sia solo l’arte di sopravvivere, ma anche quella di crescere e migliorare”.

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